In Patagonia, nella penisola di Valdés, tra leoni ed elefanti marini, orche, balene, pinguini e fantasmi.
La baracca dei ricercatori è un giocattolo sospeso nell’infinito della steppa patagonica, nel niente, un niente di più di seicentocinquantamila chilometri quadrati tutti uguali, fatti di terra grigia e arbusti bassi e legnosi prima delle grandi dune di sabbia chiara che chiudono verso il mare questo catino immenso pieno di una realtà che ha il sapore di un’illusione.
La baracca dei ricercatori, che mai ho saputo chi abbia costruito e quando, porta accanto due pali infissi nel terreno tra i quali è inchiodata una tavola con una scritta incisa nel legno: Macondo.
“E così la baracca dei ricercatori si chiama Macondo, che strano!” pensai la prima volta che mi trovai laggiù.
Dietro una porta semplicemente accostata vidi un pagliericcio per dormire e una sorta di cucina rudimentale con un camino dove accendere il fuoco.
Nella baracca dei ricercatori va a rifugiarsi chi vuole studiare vita e misteri del sud del mondo in tutta tranquillità, da protagonista, o chi vuole restare davvero solo con se stesso. Quella minuscola casa è l’unico timido segno dell’esistenza dell’uomo in quell’angolo della Penisola di Valdés, che sulla carta geografica sporge solo di un’unghia sull’Oceano Atlantico.
La baracca dei ricercatori si chiama Macondo, lo porta scritto sulla trave, e galleggia in una realtà che ha il sapore di una pagina di Garcia Marquez e di cui è addirittura difficile garantire l’esistenza.
Era la seconda volta che mi recavo laggiù, nella Patagonia Argentina: tante ore di volo per arrivare, due aerei, poi tanto fuoristrada fino alla estancia di Peo, e poi ancora fuoristrada verso quel punto della penisola dove c’è la baracca dei ricercatori. Ma il viaggio non finisce là perché poi, con passo lento e cadenzato, quello tipico che si deve imparare per coprire lunghe distanze sul terreno morbido e che mi piace definire “passo dell’esploratore”, si deve raggiungere la grande montagna di sabbia, una duna immensa che fa da cornice alla steppa e sembra contenerla come un mastodontico catino prima di precipitare verso il mare.
Non ero nuovo di quel posto: sapevo bene, dunque, che cosa avrei trovato sulla cima della duna: qualcosa di incredibile per il mondo del ventunesimo secolo, il mondo dei computer e dei cellulari, che sono riusciti ad annientare le distanze tra un continente e l’altro, ormai a portata di voce, ma non tra certe dimensioni sconosciute in cui a volte casualmente ci si va ad infilare, e quell’angolo di Patagonia forse è una di queste. Fatto sta che quando poi torni a casa non sai se quel viaggio lo hai fatto davvero, perché non sai esattamente dove sei arrivato, dove sei stato e sotto quale cielo hai dormito. E poi si diventa gelosi di quella solitudine, e se ti accade di incontrare qualcuno, anche se effettivamente è difficile che avvenga, già quando lo vedi da lontano ti chiedi quasi con stizza:
“E questo chi è? Che cosa vuole? Che cosa ci sta a fare qua?”
Fu in una circostanza del genere che durante il mio secondo viaggio in Patagonia incontrai il professore, uno zoologo, e dall’espressione del suo viso capii che anche lui, nel vedermi, si era dette le stesse cose che avevo pensato io.
Il professore, un ricercatore, appunto, come poi mi raccontò, stava dedicando gli anni della sua mezza età allo studio di un ipotetico sistema di ecolocalizzazione di cui dovrebbero essere dotati gli elefanti marini, e passava il suo tempo tra gli enormi pinnipedi mollemente adagiati sulle spiagge della Patagonia. Il professore trascorreva così una buona fetta dell’anno in quel minuscolo angolo della Terra e fu proprio lui a confidarmi che solo una trentina di persone in tutto il mondo sono a conoscenza di quel posto situato sul margine settentrionale di Valdés:
“Qui l’uomo è una presenza sconosciuta e lo dimostra anche il fatto che nella parte alta della spiaggia gli uccelli marini e quelli di terra fanno i nidi sui rami più bassi degli alberi, a un metro e mezzo da terra, impastando sterco e sterpi. Non gli serve l’altezza per tenersi al sicuro, perché non temono l’uomo: l’uomo non c’è.”
Così mi disse il professore e me lo disse a mezza voce, perché era vero che nessuno ci stava a sentire ma è pur vero che quel mondo è abitato da schiere di fantasmi, come quelli dei morti della montagna di sabbia che avevo visto già nel mio primo viaggio in Patagonia.
“Sei già stato lassù?”
Mi chiese il professore.
Quando si sale su quella che avevo battezzato “la montagna di sabbia”, l’ultimo faticoso tratto da scalare prima di scendere verso la spiaggia, la prima volta si resta sconcertati e inebetiti, per non dire intimoriti, dai sorrisi di decine di teschi umani che spuntano dalla sabbia. Poi, una quantità enorme di altre ossa: bacini, femori, tibie, vertebre disperse sulla sabbia come ciottoli…
La storia del Sud America ci spiega tutto ciò. A me la raccontò in maniera molto semplice ma efficacie Elicio Saborido mentre mi scarrozzava per la pampa a caccia di guanaco e di nandù da fotografare, con il suo Ford F-1, un furgone degli anni Trenta, risultato del connubio tra il genio meccanico di Elicio e la sua povertà: impossibilitato a sostituirlo con uno nuovo o tutt’al più meno vecchio, Elicio lo aveva aggiustato a modo suo, con abbondante filo di ferro e i pezzi di una pompa di irrigazione. In ogni caso, il furgone continuava a fare il suo dovere e trasportava pecore, vitelli, legno, ferro e materiale da costruzione. In ragione delle profonde ferite e delle strisce di ruggine nella carrozzeria causate dai cavi che stringevano le merci, il furgone di Elicio Saborido nei villaggi di Puerto Piramides era noto come “el tigre”.
Ecco, dunque, la storia delle ossa secondo Elicio Saborido:
“Al tempo dei tempi il Sud America fu colonizzato da diverse popolazioni, anche pellerossa che arrivarono dalle terre del Nordamerica. Oggi qua, su queste lande senza fine non c’è anima viva, ma forse una volta qualcuno c’era: non proprio tanta gente ma certamente dei gruppi di persone che si sceglievano i posti migliori dove vivere: posti dove vi fossero pesci da pescare e animali da cacciare. Si formarono, così, qua e là per il Sudamerica, delle comunità come i Mapuche, i Tehuelche, i Selknam, gli Yámana, i Guarani. I Tehuelche sembra che fossero altissimi, più di due metri, e forse proprio un gruppo di Tehuelche si insediò sulla montagna di sabbia e vi visse a lungo. Là, sulla montagna di sabbia, si trovavano in una posizione ideale: avevano il mare su un lato dove forse pescavano ma cacciavano anche i leoni marini e i pinguini. Dall’altra parte la steppa con i suoi animali, come i guanaco, da cui ricavavano carne da mangiare e pelle con cui coprirsi. Di certo si ingegnarono a costruire trappole per gli uccelli che si nascondevano sotto i cespugli bassi e le piante di Coiròn, come le martinette dal ciuffo, le oche di Magellano e i nandù. Poi gli abitanti della montagna di sabbia morirono tutti: forse un’epidemia. I loro corpi si sono disfatti e putrefatti, la sabbia ne ha coperto e conservato le ossa, poi il vento le ha riportate alla luce.”
Questa è la storia degli scheletri della montagna di sabbia secondo Elicio Saborido e chissà che non sia andata davvero così.
La montagna di sabbia divide due mondi: quello della steppa e del silenzio, che Elicio definisce come “il posto più grande del mondo dove puoi fare la pipì senza che nessuno ti veda”, e quello frenetico della spiaggia, con i ruggiti delle otarie, più note come leoni marini, i grugniti degli elefanti marini e le grida dei pinguini di Magellano, simili a ragli d’asino.
Con i leoni marini ho trascorso lunghe ore l’ultima volta che sono andato laggiù: li ho osservati, li ho studiati e, cosa importante, mi sono fatto accettare.
Mi ero appassionato alla filogenesi dei pinnipedi già nel mio primo viaggio in Patagonia, scoprendo che questa superclasse dei carnivori risale a circa 23 milioni di anni fa, quando un gruppo di mammiferi abbandonò in parte la terraferma e scelse una vita semiacquatica, un po’ a terra e un po’ in acqua. Le leggi dell’adattamento trasformarono i loro arti in pinne, pinne “speciali”, in grado di conservare anche la funzione di zampe negli spostamenti all’asciutto, sul substrato roccioso delle scogliere e sulla sabbia delle spiagge. Nella penisola di Valdes avevo trovato due specie diverse di leoni marini, che laggiù vengono chiamati “lobo marino de un pelo” e “lobo marino de dos pelos”. Nella prima specie, il maschio, molto più grande della femmina, presenta una pelliccia folta e lunga che gli copre il collo e il petto.
I leoni marini sono animali straordinari, con uno spirito societario che ricorda molto quello di una comunità umana fatta di tante famiglie che vivono insieme la loro esistenza. Sono particolarmente seguiti e protetti i cuccioli e per questo tutti gli adulti, maschi e femmine, si danno un reciproco aiuto. Osservai che i piccoli, facilmente distinguibili sia per le piccole dimensioni sia per il colore nero, vengono raggruppati fino a formare una sorta di scolaresca e regolarmente accompagnati dagli adulti a conoscere il mare, ad imparare a prendere un pesce e a sfuggire ai denti di un’orca. Questo famelico cetaceo, ben distinguibile per i suoi colori bianco e nero e per la pinna alta svettante sul dorso, si spinge nelle acque basse prossime alle rive dove vivono i leoni marini e li aggredisce effettuando veloci sortite in acqua bassa e spingendosi ventre a terra sin sulla battigia. Naturalmente sono i cuccioli, più piccoli e inesperti, a cadere nell’insidia. Durante le stagioni delle cucciolate le incursioni delle orche sono molto frequenti. Nelle lunghe ore che ho trascorso a tu per tu con i leoni marini le vedevo giungere dal largo: doppiavano il capo del versante che chiude la spiaggia e facevano rotta verso la riva in gruppi di due o tre. A volte gli adulti davano l’allarme con sonori ruggiti ma spesso le orche riuscivano ad arrivare a terra praticamente indisturbate. Non ne ho mai capito il perché, eppure la pinna sul dorso di questi cetacei è perfettamente visibile.
Mi ero avvicinato ad una coppia di leoni marini con un cucciolo che mi aveva incuriosito, infatti, nonostante lo spirito societario tipico di questi animali preveda la formazione di harem costituiti da diverse femmine, da un maschio e da un numero imprecisato di cuccioli, davanti a me avevo un solo maschio con una sola femmina e un cucciolo. Avevo preso l’abitudine di sedermi a pochi metri di distanza da questa bella famigliola e restavo immobile per ore. Durante i primi giorni mi tenevano d’occhio e spesso annusavano l’aria propendendo il capo nella mia direzione e dilatando fortemente le narici, ma con il passare dei giorni la mia presenza non sembrò più interessarli in maniera particolare. Spesso la femmina accompagnava il cucciolo in mare, certamente per abituarlo all’ambiente acquatico, per insegnargli a prendere un pesce. Quando il piccolo si allontanava troppo la madre lo richiamava a riva con un grido particolare, che, come capii dopo averlo sentito decine di volte, era formato da due moduli: il primo era un richiamo generico che captava l’attenzione dell’intera comunità dei leoni marini, un richiamo di attenzione collettiva. Il secondo modulo specificava il motivo della richiesta di attenzione e questo era il segnale diretto al piccolo leone che si era allontanato. Quando, invece, era il piccolo a cercare la madre, a volte emetteva un lamento accorato che ricordava il belato di un agnello.
Un giorno cedetti alla tentazione di fare qualcosa di azzardato che stavo meditando da tempo: dopo aver sentito una, due e cento volte il grido della madre che chiamava il cucciolo, provai ad imitarlo e lanciai il richiamo a pieni polmoni, prestando attenzione a distinguere bene i due moduli che lo componevano. Evidentemente lo avevo imitato bene perché il piccolo leone sollevò il capo e venne verso di me ciabattando allegramente sulle pinne e fermandosi a pochi metri. Di lì a poco giunse la madre, ma non sembrò troppo contrariata da ciò che avevo fatto: anch’essa si limitò ad annusare l’aria nella mia direzione dilatando le narici. Chiamai a me il cucciolo di leone marino diverse volte nei giorni seguenti ed esso, non sempre ma spesso, mi raggiunse. Poi accadde una cosa straordinaria: senza che avessi lanciato il grido di richiamo, vidi giungere il maschio dalla mia parte. Aveva un pesce in bocca che depose a pochi metri dalla mia posizione. Era per me o per il cucciolo? Mi piacque pensare che fosse per me e mi piace pensarlo tutt’oggi. Non potevo ignorare quel gesto di ospitalità nei miei confronti, non potevo deludere i miei amici leoni. Dovevo invece dimostrare di essere degno della loro amicizia e così coprii carponi quel paio di metri che mi separavano dal pesce, lo presi tra le mani e lo sbocconcellai, mostrando, così, di aver gradito il regalo.
Seduto sempre nello stesso posto e quasi sempre immobile, trascorsi così il mio tempo con i leoni marini. Quel tempo che mi piace ricordare come “i miei giorni da leone”, su una spiaggia sconosciuta in un posto qualunque della penisola di Valdés, a poco più di tre passi dall’estremo sud del mondo.